Benvenuti nel sito ufficiale della Parrocchia Sacro Cuore di Tortoreto Lido!!!

 

Foraniadi 2015

E anche quest’anno sotto un clima di festa si è svolta la quinta edizione delle “Foraniadi Parrocchiali “nella quale i ragazzi si sono sfidati per aggiudicarsi l’ambito trofeo . Per la terza volta consecutiva si è confermata “campione” la parrocchia Annunziata di Giulianova.
La manifestazione delle “ Olimpiadi Parrocchiali”, è organizzata dalla Forania di Giulianovain con la collaborazione dei catechistici di ogni parrocchia con la finalità di far divertire i ragazzi in giochi sportivi (salto in lungo, corsa campestre e lancio del vortex) e nello stesso tempo compiere un gesto di solidarietà per i bambini meno fortunati. Tutto si svolge in concomitanza con la fine dell’anno catechistico e il contributo versato dai ragazzi è devoluto all’Associazione “Compagnia delle Indie”che puntualmente ogni anno ci ringraziano per il nostro sostegno nell’acquisto di medicinali e altri materiali per garantire un futuro più sereno ai bambini dell’India.
Tutto si è svolto sotto un bel sole e l’allegria dei ragazzi. I nostri atleti ,hanno conquistato i primi posti nelle varie discipline; nella corsa campestre si sono aggiudicati i primi cinque posti e quindi dando punteggio alla parrocchia.
Ogni disciplina sportiva si è svolta pur se con spirito competitivo, in allegria e con comunione fraterna.
Le parrocchie partecipanti erano sette; noi per pochi punti non abbiamo conquistato il primo posto,ma con soddisfazione siamo saliti sul podio aggiudicandoci il secondo posto.
La manifestazione si è conclusa con una buona merenda per i ragazzi e genitori, i quali entusiasti si sono prenotati per il prossimo anno per scendere in campo con i propri figli.

Per visualizzare le relative foto clicca: Edizione 2015


 

Il corso in preparazione al matrimonio 2015

LA GIOIA DEL “Sì” PER SEMPRE!
Il nostro corso prematrimoniale è iniziato in pieno inverno con un gruppo di giovani fidanzati, aspiranti al sacramento del Matrimonio.
Le importanti tematiche proposte nei diversi incontri ci hanno aperto un mondo nuovo, non facile da descrivere in poche parole, un mondo spirituale, in cui si può sentire l’Amore del Creatore che ci circonda e ci avvolge, e con l’aiuto particolare di P. Cristoforo e P. Gregorio e di altri Padri Salvatoriani, abbiamo maturato la consapevolezza del grande dono ricevuto dall’incontro con “l’amore dell’anima mia” di averlo riconosciuto ed accolto.
Abbiamo riflettuto e maturato reciprocamente la capacità e la disponibilità a rinunciare a noi stessi per la felicità dell’altro.
Una rilevante tappa del nostro corso è avvenuta con il “ritiro dei fidanzati”, all’inizio di marzo, con la celebrazione Eucaristica e l’emozionante e commovente presentazione dei promessi sposi alla comunità parrocchiale.
Ci siamo sentiti coinvolti e, per la prima volta, “responsabili socialmente” della nostra vocazione matrimoniale.
Il corso di preparazione si è concluso, agli albori di una giornata primaverile, con il pellegrinaggio dei fidanzati, condotto dal nostro pastore P. Cristoforo sino alla Santa Casa di Loreto, accolti da S. E. Mons. Michele Seccia, le cui sapienti parole di bene e d’amore ancora riecheggiano nelle nostre orecchie!
Il Vescovo ci ha esortati a non lascarci sfuggire dalle mani questo momento, di “allenarci” da subito a dialogare, essere schietti, sinceri, veraci l’un l’altro e di scoprire la bellezza del dono ricevuto.
Egli ci ha sempre incitati ad affondare le “radici” nell’ eternità di Dio e porci questa domanda:
<Perché, siamo proprio qui a Loreto?>
Ed è attraverso il “Sì” di Maria, agli albori di una giornata primaverile, che noi percepiamo il grande Mistero, la volontà e il disegno di Dio su di noi!
E il nostro “Sì” sarà la nostra risposta d’Amore all’Amore di Dio!
                                                                                                         Patrizia e Gilberto

 

Pasqua

«”Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione e vana anche la nostra fede” (1Cor 15,14). La risurrezione costituisce anzitutto la conferma di tutto ciò che Cristo stesso ha fatto e insegnato» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 651).
Tale evento avviene secondo le Scritture, realizza la speranza del mondo e determina un inizio qualitativamente nuovo della storia. È inoltre il frutto di un intervento potente di Dio il quale non abbandona la vita del giusto nella tomba e non permette che il suo santo veda la corruzione, ma gli indica il sentiero della vita perché possa avere gioia piena nella sua presenza, dolcezza senza fine alla sua destra (cf. Sal 16,10-11). L’azione di Dio inaugura un tempo nuovo e un nuovo ordine di cose che pone in crisi il passato: «Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17b).
Nella risurrezione di Gesù ha avuto infatti inizio la risurrezione escatologica di coloro che appartengono a Cristo perché “aspersi del suo sangue” e perché “rinati dall’acqua e dallo Spirito”, finché ciò che avvenuto nel Capo si realizzi pienamente in tutte le sue membra. Gesù del resto aveva detto: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà» (Gv 11,25), che vuol dire: «La comunione con Gesù è già ora risurrezione; dove si è stabilita la comunione con lui, è varcato qui e adesso il confine della morte…Ovunque l’uomo entri nell’Io del Cristo, egli è già entrato nello spazio della vita definitiva» (J. Ratzinger).
Ce lo ricorda Sant’Ambrogio il quale nella sua Spiegazione del Simbolo scrive: «Credi che risorgerà anche la carne! Infatti perché fu necessario che Cristo s’incarnasse? Perché fu necessario che Cristo salisse sulla croce? Perché fu necessario che Cristo soggiacesse alla morte, ricevesse la sepoltura e risorgesse, se non per la tua risurrezione? Tutto questo mistero è quello della tua risurrezione. Se Cristo non è risorto, la nostra fede è vana. Ma siccome è risorto, la nostra fede è saldamente fondata». Gli fa eco S. Agostino: «Ha guarito te dalla morte eterna là dove si è degnato di morire in senso temporale. Ed è morto, oppure in Lui è morta la morte? Che morte è, quella che uccide la morte?» (Commento al Vangelo di Giovanni 3,3).

 

Settimana Santa

La vita dell’uomo si svolge nel tempo e Dio, il quale ne è al di fuori e al di sopra, per incontrarsi con noi e per salvarci ha agito nel tempo e attraverso il tempo. Da questa azione di Dio, il tempo stesso è rimasto come santificato, diventando mezzo del nostro progressivo cammino verso l’unione piena e definitiva con Dio. Ogni vita umana e ogni parte della vita umana diventa allora una tappa, un momento di questo cammino. Poiché la nostra vita umana si compie progressivamente nel tempo, lo stesso si verifica anche per la nostra vita nuova, ricevuta da Dio in Cristo.
L’inizio di questa vita nuova e il suo progressivo sviluppo fino alla pienezza definitiva vengono indicati con il nome di “mistero pasquale”. Il mistero pasquale consiste infatti nel passaggio da questo mondo verso un mondo nuovo dominato dallo Spirito in cui, accettando di morire a noi stessi, insieme con Gesù, possiamo vivere una vita diversa, da risorti. Questo passaggio che si è già compiuto in Cristo, continua a realizzarsi per tutte le altre membra della Chiesa, suo corpo, di oggi e di sempre, e sarà completo al termine della storia, quando il Cristo ritornerà nella gloria “per giudicare i vivi e i morti”.
Ecco perché ciò che noi cristiani celebriamo nell’azione liturgica non è un semplice ricordo di un avvenimento passato, ma l'attualizzazione di un atto di salvezza che continua a influire anche ora su tutti noi, membra del corpo di Cristo. Quando dunque noi celebriamo la Pasqua (nei tre giorni del Triduo Santo e nell’intero ciclo pasquale, come pure ogni domenica e in ogni sacramento), non celebriamo un avvenimento passato, ma un fatto presente, sempre attuale. Inoltre, l’adesione interiore a questo “passaggio” del Signore, non è semplice atto individuale, ma un fatto universale, di tutta la Chiesa, causato da un intervento attuale di Cristo che agisce ora, oggi, per mezzo dei sacramenti, per la trasformazione e la risurrezione del mondo.

 

Settimana Santa - Domenica delle Palme

Il senso della celebrazione della Domenica delle Palme e della Passione del Signore e il suo significato in rapporto alla Settimana Santa alla quale introduce, è bene espresso nella monizione iniziale che avvia la processione delle Palme: «Questa assemblea liturgica è preludio alla Pasqua del Signore. Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione. Chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce per essere partecipi della sua risurrezione». Sembra sentire l’eco dell’esortazione di Andrea di Creta: «Corriamo anche noi insieme a colui che si affretta verso la passione, e imitiamo coloro che gli andarono incontro. Non però per stendere davanti a lui lungo il suo cammino rami d’olivo o di palme, tappeti o altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai suoi piedi le nostre persone». La Chiesa, infatti, specialmente in questo giorno, fa suo l’invito del Salmo 24,7: «Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria». Essa segue il suo Signore nel suo cammino verso la passione e impara a riporre la sua fiducia in Dio, il quale le assicura la sua assistenza perché “non resti confusa” (I Lettura). Nelle prove della vita, con l’invocazione del Salmista nel cuore, essa invoca il Signore perché non stia lontano, ben sapendo che il suo destino è quello di seguire il Maestro il quale “ha umiliato se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (cf. Fil 2,6-7). La tentazione sempre in agguato è quella di cedere al sonno, come accadde ai discepoli di Gesù, e di non saper vegliare un’ora sola con il Signore (Vangelo). La Chiesa, nonostante tutto, continua però a seguire Cristo, il quale nella preghiera chiede: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!» (Mt 26,39). «Egli, che era senza peccato, accettò la passione per noi peccatori e, consegnandosi a un’ingiusta condanna, portò il peso dei nostri peccati» (Prefazio).

 

Quaresima

“Fratelli carissimi, la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi fino al suo ritorno. Nei ritmi e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza. Centro di tutto l'anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto, che culminerà nella domenica di Pasqua il 5 aprile. In ogni domenica, Pasqua della settimana, la santa Chiesa rende presente questo grande evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte”.
Stimolati da queste parole proclamate nell’“Annuncio del giorno di Pasqua” durante la solennità dell’Epifania, vogliamo percorrere l’itinerario quaresimale di quest’anno lasciandoci illuminare dai segni presenti nella celebrazione del Triduo Pasquale, mettendoli in rapporto con le letture evangeliche delle domeniche di Quaresima:
la prima domenica sarà illuminata dal fluire dell’acqua battesimale;
la seconda domenica dalla luce del cero pasquale;
la terza domenica dal risuonare dei canti pasquali;
la quarta domenica dallo sfolgorare della croce;
la quinta domenica dal dono pasquale dell’Eucaristia.
Intraprendiamo con fiducia questo tempo santo della Quaresima sulle orme di Cristo Signore, perché sia tempo di grazia, di vero rinnovamento interiore per noi e per le nostre comunità.

 

Quaresima - V domenica

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.


Nell’Eucaristia siamo resi presenti al grande mistero pasquale della nostra salvezza e, come i greci del Vangelo, possiamo, in questo mirabile sacramento, fare l’esperienza di Gesù, vedere chi è veramente, entrando nella sua ora, che è anche la nostra, l’ora della prova. La nostra vera identità infatti si manifesta quando, come seme nascosto nel buio della terra, in cui non si vede il sole, crediamo che da quella notte potremo uscire alla luce come spiga matura. Rendendo rigida la nostra vita al terreno della storia, non potremo far germogliare dal cuore la vita vera. Solo guardando in faccia, con occhi penetrati dallo Spirito di vita, al buio della croce, dove Gesù viene crocifisso, e al buio del sepolcro, dove Gesù viene deposto, che potremo vedere germi di vita dappertutto, e, guidati dalla stella polare, potremo essere salvi nelle notti della nostra vita.

Una bella giornata primaverile sta giungendo ormai al termine.
Rientro nel mio casolare di campagna.
Mi accoglie Gesù che, tenendomi per mano, mi conduce verso la sala da pranzo.
Ci sediamo intorno alla tavola imbandita, illuminata da dei candelabri antichi
che creano un’atmosfera calda e accogliente.
Gesù mi porge il pane appena sfornato, con il suo profumo avvolgente,
e penso a quanto dolore ha provato quel grano mentre veniva tolto dalla spiga e macinato;
mi offre una coppa di buon vino rosso con il suo dolce aroma
e penso a quanto dolore ha provato quell’uva mentre veniva recisa dal tralcio e spremuta.
Grano macinato, che diventa pane, che sostiene il vigore dell’uomo,
acini spremuti, che diventano vino, che rallegra il cuore dell’uomo.
Dalla morte scaturisce la vita vera.

 

Quaresima - IV domenica

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».


La croce che campeggia nelle nostre via crucis, adorata nel venerdì di passione, accanto o sopra ad ogni altare in cui si celebra il sacrificio della Nuova Alleanza, non è il segno di un’esaltazione del dolore, di un masochismo cristiano dell’animo, ma la certezza di una condivisione di amore con il nostro Dio, che ha voluto imprimere luce nelle ferite del cuore dell’uomo. Dobbiamo alzare lo sguardo verso il crocifisso Signore, staccare lo sguardo dalla lista delle lamentazioni con cui continuiamo a rinchiuderci nel buio del cuore, e fissarlo su di Lui, per venire alla luce. Allora il morso del serpente, che fa sanguinare le ferite della nostra vita, viene annientato del suo veleno mortale; e dalle nostre ferite, come in quelle di Gesù, non esce più sangue di dolore bruciante, ma amore di condivisione, perché chi ha lasciato imprimere la croce nel suo cuore non può non capire le croci degli altri, non può non accostarsi con tenerezza ai dolori dei suoi fratelli. La croce non fa più paura, perché non è solo legno ruvido, freddo ed inospitale, ma legno toccato dal profumo di Dio, intriso del sangue benedetto della condivisione divina, scaldato dall’amore dell’Agnello risorto che, poggiandovi il suo fragile corpo, ha reso capace il legno della croce, come la verga di Aronne, di fiorire e di far fiorire, in chi lo accoglie, frutti di salvezza e di luce.

Sono naufrago nel mare della vita sulla mia piccola zattera di legno
che miracolosamente mi sostiene sopra le onde e non affonda sorpresa dall’impeto dei flutti.
Mi aggrappo forte alle tavole e lascio che la zattera venga trasportata
da una forza che non comprendo, ma che sa trovare strade anche sul mare.
E’ vero, Gesù camminava sul mare e permette anche a noi, attraverso questo legno,
di camminare sul mare… chiudo gli occhi e mi aggrappo alla zattera.
Approdo ad una spiaggia, mi alzo, scendo e vedo altre zattere ormeggiate sulla sponda.
Ci sono altri naufraghi che hanno acceso con dei rami un fuoco
e mi invitano a condividere con loro il cibo preparato, il pesce, Gesù, Figlio di Dio Salvatore.
Legno, che come zattera salva dal mare della prova.
Legno, che, arso dal fuoco, produce condivisione con Dio e con gli altri.

 

Quaresima - III domenica

Dal Vangelo secondo Giovanni
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.


Nel tempo pasquale la Chiesa canta con gioia il suo alleluia per il trionfo del suo Signore; la musica e i fiori, cosi sobri nel tempo quaresimale, riempiono l’aula liturgica di bellezza e di festa. Nel tempio di Gerusalemme Gesù purifica un modo perverso di entrare alla presenza di Dio per far entrare anche lì il profumo pasquale della gratuità e il canto risorto della libertà. Dio non si può piegare alla volontà degli uomini, ma vuole cuori semplici, che desiderino ciò che Dio desidera, che amino ciò che Dio ama. Attraverso la frusta di cordicelle il Signore dirige una nuova orchestra, quella dei figli che si affidano a Dio con fiducia, che non comprano a rate la loro assicurazione di felicità terrena, che non patteggiano con Dio la pena del reato, ma ricevono gratuitamente la gioia di sapere che in vita e in morte sono del Signore… via gli animali da sacrificare al posto della vita quotidiana; via le monete che vogliono separare il sacro dal profano… resti l’uomo credente che nel tempio, che è Cristo, fa di se stesso e della propria esistenza, canto e profumo di santità.

Mi ritrovo sotto il sole in uno splendido campo di girasoli
… che fiori strani e magnifici che si voltano verso il sole per riceverne la luce
e sembrano acquistarne anche le fattezze.
Mi avvolge la luce che scende dall’alto,
e in questo campo aperto grido e piango, danzo e gioisco
in piena libertà di esprimere al cielo il mio animo
e mi lascio accarezzare dalla brezza pomeridiana dello Spirito
che soffia dove vuole ma ne senti la voce, voce di silenzio sottile
… e sperimento Dio che illumina la mia vita
e, lasciandomi illuminare, fa anche di me un girasole
che alza il capo di fronte alla vita e fiero si volge verso la fonte della vera luce.

 

Quaresima - II domenica

Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.


Il cero pasquale, acceso nel fuoco divampante della veglia pasquale, che da luce e guida i fedeli nel loro esodo dal peccato alla vita nuova e li conduce a gustare i frutti della terra promessa, è il segno per eccellenza del Signore Risorto! Il significato di questo cero si manifesta pienamente sul monte della trasfigurazione. Il cuore ardente di Gesù illumina le sue vesti e investe gli apostoli riempiendoli di stupore e di paura: essi comprendono infatti di dover essere anche loro luce, pur essendo cosi lontani, nelle tenebre; di dover possedere anch’essi nel cuore il fuoco dell’amore che arde nel cuore di Gesù, pur essendo così spenti, nel gelo dell’animo! Non si può essere nella luce, non si può dare luce se non scaturisce dal cuore un amore grande! Gesù ha scelto di andare a morire per gli uomini, ha scelto l’amore grande che ha in sé la vera caratteristica che lo rende tale, quella del sacrifico. Un amore che non costa, non è vero amore; un amore che non fa sentire nelle viscere la fatica, non è vero amore; un amore che non supera la nostra voglia di scegliere chi, quando e come amare, non è vero amore; amore ai nemici, amore che perdona, amore che non attende ricompensa... amore maturo, che può nascere solo dall’immersione nell’Amore di Dio. È solo a partire da un cuore arso dall’Amore divino che la vita si trasfigura: lo sguardo si illumina, le parole si addolciscono, i gesti si riempiono di grazia. Noi diventiamo luce nella Luce, veri ceri pasquali che si consumano e, nel consumarsi della cera, illuminano, con una fiamma che si innalza libera verso l’alto.

Salgo l’irta montagna della mia maturità, il cammino è difficile, le rocce pungenti.
Ho paura perché i miei piedi e le mie mani
toccano le rocce sfuggevoli del mio egoismo e della mia superficialità.
All’improvviso scivolo e cado: come potrei non farlo, è troppo difficile…
Ma una corda mi trattiene: Gesù è arrivato alla cima e mi sta tirando su.
Recupero la parete rocciosa e riprovo, acquisto sicurezza…
si può cadere, ma ci si può risollevare e proseguire se qualcuno ti sostiene.
E arrivo alla cima, mi distendo a terra per riprender fiato rivolto verso il cielo
e vedo sopra di me Lui, Gesù, che mi guarda;
vedo il mio volto riflesso nei suoi occhi e nel suo cuore;
mi alzo e vedo la bellezza del paesaggio, lo splendore del cielo, respiro la purezza dell’aria;
ritrovo veramente me stesso, la mia vera umanità.
La fatica e le cadute non sono state vane… sono un uomo nuovo.

 

Quaresima - I domenica

Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Acqua viva, che sgorga dal cuore della Samaritana che smette di attingere acqua putrida e stagnante dal pozzo della sua vita; acqua di tenerezza, che lava i piedi degli apostoli nel giorno dell’addio, imprimendo, nel loro cuore, l’immagine del vero Dio; acqua di amore, che scaturisce dal costato di Gesù crocifisso come balsamo per le nostre ferite e infermità; acqua del battesimo, che rigenera gli uomini a una vita nuova; acqua di grazia, con cui i fedeli vengono aspersi con volontà rinnovata di aderire al Risorto Signore. E’ quest’acqua la risposta pasquale al deserto quaresimale delle tentazioni. Il deserto… immagine della nostra vita precaria, informe, fragile, continuamente modellata, come le dune, dai venti del mondo, instabile e insicura in cui risuonano voci suadenti che indicano falsi miraggi. A noi la scelta: nascondere a noi stessi e agli altri la nostra fragilità, nutrendola di false sicurezze, di sottile dominio e di mondana vanità o nutrirla della verità dell’acqua del battesimo: siamo figli amati e benedetti, siamo familiari di Dio, siamo desiderati e voluti. Non è abbassando gli altri che troviamo il nostro vero valore, non sono le cose che fanno brillare i nostri occhi e il nostro volto, non è l’applauso a far gioire il cuore dell’uomo, ma la certezza che il Signore scommette su di noi, ci tiene per mano; nei suoi occhi vediamo il capolavoro di bellezza che possiamo diventare.

Il deserto non mi fa più paura.
Gesù cammina tra le dune della mia anima,
si china, raccoglie una manciata di sabbia e la fa scorrere tra le sue mani.
La mia fragile vita scorre sotto lo sguardo di Gesù,
è rinnovata dalla sue mani sante e benedicenti che non imprigionano, ma donano la vera libertà.
Deserto, in cui mi accarezza la brezza lieve e ristoratrice del Vangelo,
in cui un’oasi di pace, nel silenzio, mi accoglie e mi rassicura.
Immergo il cuore nel nuovo Giordano, che è Cristo,
mi immergo, e rinasco alla vita, vincitore con Lui.